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Risvolti psicologici di una giornata al mare.

Aggiornato il: 29 mar 2019


mare e psicologia

Sono anni che la mia amica Francesca (che vive a Milano) mi dice: “La prossima volta che vengo a trovarti a Roma mi porti a mangiare al mare.” Finalmente l’occasione si presenta. Approda a Roma senza figli (anche lei è separata) e così si decide di organizzare una giornata al mare. Prenoto a Maccarese. Mia figlia, che ormai ha spiccato il volo da adolescente, e quindi la giornata con mamma, zia e fratello che volgarità, decide di non venire. Chiedo a mio figlio se vuole, visto che è solo con mamma e zia, invitare un suo amico. Mi da i nomi di Marco e Tommaso. Chiamo la mamma di Tommaso che tutta contenta mi dice perfetto! Chiamo la mamma di Marco che mi dice di mettermi in contatto con il papà perché quel weekend i figli non sono con lei. Scrivo al papà per invitare Marco, mi dice di sì, e dopo cinque minuti mi riscrive dicendo che quasi, quasi, viene anche lui con gli altri fratelli. Gli rispondo ok ma gli faccio capire che se vuole venire con prole che si prenoti un tavolo e ci vediamo là. Fin qui tutto bene. Partiamo felici, Francesca, io, mio figlio Davide e Tommaso (perché Marco sarebbe venuto con il padre). Arriviamo, ci sediamo e iniziamo la nostra giornata con un buon bicchiere di vino bianco. Poco dopo vediamo arrivare il papà con i suoi tre figli. Il papà (che io non conoscevo) si siede cinque minuti con noi. Non si sa perché inizia a parlarci della guerra austro ungarica. Con Francesca ci guardiamo e non commentiamo. Arriva il suo mangiare, si alza e va a sedersi con i suoi figli al suo tavolo. Appena schioda il sedere dalla nostra tavola, Francesca inizia a canticchiare “tristezza per favore vai via” della Vanoni, perché questa è l’emozione che ci ha evocato questo personaggio. Finiamo di mangiare e ci spostiamo in spiaggia dove non si può stare perché c’è vento, onde e bandiera rossa (la spiaggia è chiusa). Per ripararci dal vento troviamo un posticino a ridosso del ristorante dove, tutto sommato, si sta bene. A un certo punto mio figlio si fa male giocando a calcio. Francesca gli dice di venire con lei e siccome il mare è gelido (14 gradi a detta del bagnino) di immergere il piede così che il freddo del mare gli funge da ghiaccio. S’incammina con mio figlio, e a seguito tutti i ragazzini (Marco, Tommaso e i due fratelli più grandi di Marco). Il bagnino li segue, perché in effetti, il mare oggi è pericoloso. Rimango con “tristezza per favore vai via”. A un certo punto in lontananza vedo la mia amica che si spoglia e il bagnino che si agita. Capisco che è successo qualche cosa ma non riesco a capire che cosa. Poi vedo Francesca che corre verso di me con mio figlio in braccio e a seguito i ragazzini e il bagnino. Vedo mio figlio tutto bagnato, cianotico. Scatto in piedi e prima che possa chiedere che cosa è successo, Francesca con l’occhio inviperito dice: “Il fratello più grande di Marco ha spinto in malo modo Davide in acqua”. Ci capiamo al volo e senza parole ci dividiamo i compiti. Lei e il bagnino vanno subito al ristorante per cercare di riscaldare Davide (aveva mangiato da poco quindi paura congestione). Io rimango lì con “tristezza per favore vai via” e inizio a prendere le nostre cose perché Davide deve riscaldarsi e di certo non possiamo rimanere in spiaggia. “Tristezza per favore vai via” dice al figlio che ha spinto Davide in acqua: “Eh ma dai non si fa così”, e il figlio di dodici anni (quindi non un bebè) gli risponde con espressione sadica “dai papà era uno scherzo”. E finisce lì. Non se ne parla più. Mio figlio mezzo morto al ristorante e questo manco scusa.




Allora, capiamoci. Se mio figlio avesse fatto una cosa del genere, l’avrei sgridato, avrei preteso delle scuse sia al ragazzino buttato in acqua sia alla madre, gli avrei spiegato la gravità della cosa (congestione, onde anomale, bandiera rossa etc.) e comunque mi sarei prodigata con il genitore del figlio quasi ammazzato dal mio. O no? Invece niente. Nessuna conseguenza. Inizio a incazzarmi. In silenzio faccio baracca e burattini e spero che “tristezza per favore vai via” non parli perché ho il vaffa sulla punta della lingua. Invece no. Con stupore mi chiede perché sto andando via. Gli rispondo che il bagno a Marzo non era stato calcolato e che quindi me ne vado. Lo lascio nella sua tristezza e vado al ristorante, dove ormai si è formata una vera e propria alleanza pro-Davide. Un signore gli sta dicendo che quando si vorrà vendicare lui lo aiuterà. Una signora che gli sta stringendo le mani gelide gli dice che prima o poi avrà la sua rivincita perché gli stronzi prima o poi la pagano sempre. Insomma questo gesto di aver buttato in malo modo un bambino di nove anni in un mare gelido ha toccato gli animi delle persone presenti (tranne quelli di “tristezza per favore vai via” e del figlio delinquente). Diamo a Davide una bevanda calda e cerchiamo di riscaldarlo. Davide vomita e piange e dice che non riesce a togliersi il freddo di dosso. Una signora carina corre in macchina a prendere una coperta e lo avvolge modello omino Michelin. Piano, piano, mio figlio si riprende e così ci mettiamo in macchina per tornare a casa. Giornata rovinata ma grazie al cielo mio figlio non è morto di congestione, non è annegato e quindi ci è andata bene.

Perciò non mi lamento, certo è che non voglio mai più vedere né “tristezza per favore vai via” né il figlio maggiore che a mio avviso è un delinquente allo sbando. Rifletto sulla stronzaggine di questo ragazzino e penso che il poveretto, in fondo, non ha scampo, perché se nessuno gli insegna la compassione, l’educazione e lo aiuta a distinguere ciò che è pericoloso da ciò che non lo sia, come può crescere? E qui penso alle regole e all’educazione che di solito do ai miei figli. Le regole non sono tante, ma quelle poche che ci sono (tra cui non uccidere) devono essere rispettate, se no, ci sono delle conseguenze. Arrivate a casa mio figlio sta male, continua a vomitare e gli viene anche un attacco di diarrea. Verso sera riesco a stabilizzarlo e finalmente Davide si addormenta. Passato lo spavento, mi rendo conto che sono profondamente arrabbiata. Penso “ma due sberle al figlio faceva brutto?” e così inizio senza neanche accorgermene a fare un po’ di ricerca sull’importanza delle regole per lo sviluppo dei bambini.




Scopro che, dalla ricerca neuro scientifica, è stato provato che i genitori attraverso l’educazione sono in grado di formare il cervello dei propri figli fino a 22/24 anni. Continuando a leggere m’imbatto in un articolo che espone la seguente scoperta: è’ stato dimostrato che, il cervello dei bambini cresciuti con delle regole, funziona meglio e produce gli ormoni della calma e del benessere (ossitocina, serotonina, dopamina). Dall’altra parte il non avere regole aumenta l’iperattività e la secrezione dell’ormone dello stress e dell’ansia (cortisolo). Pare inoltre che le regole aiutano l’educazione emotiva dei bambini, aumentano l’autostima e l’autonomia. Insomma le regole sono importanti non solo a livello psicologico ma anche fisico. Un altro articolo spiega che le regole devono essere stabilite con affetto, devono essere coerenti (per esempio se io fumo non posso pretendere che i miei figli non fumino), non devono essere imposte con rigidità ma devono essere più come delle guide. Bisogna però proibire ciò che effettivamente non si può fare, non bisogna rinfacciare le debolezze e soprattutto mai usare la violenza (quindi due sberle non andavano bene). Insomma viene fuori che se mettiamo dei limiti ai nostri figli gli facciamo del bene e gli aiutiamo a diventare adulti più sereni e emotivamente intelligenti. E quindi ripenso al ragazzino figlio di “tristezza per favore vai via” e mi viene un forte senso di tenerezza. Tenerezza perché in fondo ha dodici anni, perché nessuno gli sta insegnando a vivere e a prendersi cura di se stesso e degli altri, perché non ha limiti, ma soprattutto non ha una guida da seguire e da emulare, perché diciamocelo, avere un padre come “tristezza per favore, vai via” è già una condanna in sé.

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